Dopo il successo del Clarinet choir, diretto da Gaetano Falzarano, nello splendido auditorium del Centro Pastorale San Giuseppe, stasera alle ore 19 nella Chiesa di Sant’ Anna al Porto appuntamento con il Rêverie Sax Quartet, presentato da Daniele Brando
Di Olga Chieffi
Splendida sala quella del Centro Pastorale San Giuseppe, di fronte al Centro Sociale, che ha ospitato il primo concerto del secondo cartellone de’ “I Concerti del Martucci”, salutando protagonista il “Martucci Clarinet Choir”, diretto dal M° Gaetano Falzarano, composto da Maria Apuzzo al clarinetto piccolo in mi bemolle, Giovanni Liguori, Manuel Pio Magurno, Antonio Santaniello, Gianmarco Lonardo, e Agostino Napolitano, quali primi clarinetti, Vincenza Fiorillo, Morena Maria Giannotti e Leandro Fanelli, seconde parti, Michele Iannitti, Benito Pio Albano, Pasquale Zinno e Vittorio Vernieri, i terzi e quali quarti Roberta Imparato, Alberto De Vivo, Lidia Bentivenga e Gabriele Elia. Il clarinetto contralto è stato invece affidato a Sabrina Mercurio e il corno di bassetto ad Alessio Mecarolo, mentre al clarinetto basso si è esibito Gaetano Apicella. Immancabile l’esecuzione di “Claribel” di Ronald Cardon, quindi, il Balletto Egyptien op.12 di Alexandre Luigini un classico di fine Ottocento, come l’ampia gamma di dinamiche una struttura armonica non tradizionale e l’enfasi sui temi melodici. Una molla saltata al bel clarinetto basso di Gaetano Apicella, lo ha costretto a diversi espedienti per l’intero concerto, a cominciare dalla composizione di Francesco Bottigliero “Onda”, idea di libertà e pagina portatrice di continuo cambiamento, sempre viva, mutevole nei suoi innumerevoli colori, forme, suoni. Un palco all’opera in cui la parte del leone l’ha fatta Giacomo Puccini, con una fantasia, sui suoi temi più amati, con i suoi paesaggi sonori dalla creazione di sfere sonore della lontananza in Madama Butterfly, la gestione spaziale delle sonorità di voci e strumenti, il mistero del suo famoso “effect” che è chiuso dentro di lui, come per Calaf, anche se lui stesso ha provveduto, qua e là a porgerci la chiave, ovvero la ricerca coloristica che non può essere disgiunta da quella formale: l’alternanza di temi, sezioni, l’uso di modulazioni, la strategia narrativa sottesa ad ogni struttura sono sostanziati anzitutto dalla scelta dei timbri: un’ articolazione drammatica di questa musica modulata qui sulle voci strumentali dei solisti e sull’alchimia sonora delle combinazioni tra sezioni, schizzanti ritratti di donna, da Madama Butterfly, il sogno di un amore assoluto, racchiuso nella nenia del coro a bocca chiusa di struggente drammaticità, a “Frozen” Turandot, la musa nera, che si nega alle gioie dell’amore, passando per Mimì e Tosca, rese perfettamente dai giovani clarinettisti. A seguire l’intermezzo della Cavalleria Rusticana di Mascagni e il Leoncavallo di Pagliacci. Menzione per i solisti, a cominciare dal corno di bassetto, strumento massonico mozartiano dal collo a “triangolo”, il cui suono è stato elevato da Alessio Mecarolo, con eleganza dolente in Pagliacci, e ancora il virtuosismo di Manuel Pio Magurno in Clarinet Memories di Walter Farina, dedicato al Paganini del Clarinetto, Ernesto Cavallini, e ancora omaggio al clarinetto klezmer, tra universi sonori alternativi, nei quali la virtuosistica riproposizione dei linguaggi solistici originali si fonde con l’ideazione creativa, per potenziare la qualità individuale, personalizzata, dell’espressione solistica, proprio nel momento in cui ne viene esaltato il “concetto”. Applausi in queste pagine, tra cui la Jewish Suite, che ha visto Maria Apuzzo protagonista, con il piccolo in Mi Bemolle, taglio di difficile intonazione, quanto il contralto. Bis in Blues recita il fuoriprogramma, ma questa volta con il clarinetto jazz una pirotecnica ri-lettura del love teme di An American in Paris, di George Gershwin, che esegue la tromba, principiata, però col celeberrimo glissando della Rhapsody in blue, firmata dall’indimenticato Henghel Gualdi, da parte di Manuel Pio Magurno, il quale si è ben posto sulle tracce del suo Maestro Gaetano Falzarano. Stasera, alle ore 19, si rinnova l’appuntamento nella chiesa di Sant’ Anna al porto, con la scuola di sassofono del Martucci che ha alle spalle un luminosissimo passato. Di scena il quartetto Rêverie, composto da Francesco Alfano al sax soprano, Francesco Busillo al contralto, Celeste Sorano al tenore e Bonaventura Cuomo al baritono, preparati dal M° Daniele Brando. Accattivanti gli arrangiamenti per Carmen Fantasy sui temi della più amata opera di Georges Bizet, quindi un omaggio ad Astor Piazzolla, con un portrait di tre brani, quell’abbraccio del tango, colmo di bisogni, sogni, desideri e oblii, attraverso un rito che si consuma sempre uguale in Muerte del Angel, una fuga dagli elegiaci e stranianti paradigmi del Nuevo tango, il lento, dolcissimo, a tratti struggente Oblivion, che Piazzolla scrisse nel 1984, per la colonna sonora del film Enrico IV, di Marco Bellocchio, e in chiusura Libertango, un arrangiamento originale scritto per questa occasione simbolo ossessivo di quel popolo che si era messo finalmente in moto, in “viaggio”, con la sua musica, il suo simbolo, il mito del tango che allora ri-nasceva. A completare il programma, Interstellar Theme di Hans Zimmer, un ricamo nel quale languore, malinconia, passione, dolore, eroismo, potenza, vittoria e sconfitta sono cesellati dalla sapiente orchestrazione di tre temi portanti, linee melodiche che possono accavallarsi, intrecciarsi e alternarsi come se l’una scaturisse dall’altra, incessantemente. Ancora musica da film con la Super Mario Suite, la colonna sonora di Brian Tyler, in cui ha abilmente utilizzato l’iconica musica di Super Mario di Kōji Kondō, orchestrandola e adattandola per il grande schermo. Immaginiamo il sax soprano, esprimere la resurrezione di speranza e gioia e l’inversione del tempo che è alla base di “Gabriel’s Oboe”, tema sfruttatissimo di Mission, firmato da Ennio Morricone, che grazie alla conversione di De Niro può finalmente scorrere senza paura, con la formazione a rivelare un incastro di ritmi, solo apparentemente semplici. A chiudere, una trascrizione della Danse Macabre op. 40 di Camille Saint-Saëns, che rappresenta una grottesca danza tra uomini e scheletri, quasi un rito scaramantico in reazione alle gravi ondate di epidemia di peste del Trecento. Una sorta di memento mori utilizzato dal popolo per prendersi gioco delle gerarchie sociali, ricordando ai nobili che, davanti alla morte, si è tutti uguali.
